Sotto la regia del Ministro dell’Economia è stato costruito un fondo di private equity destinato a finanziare le circa 15 mila PMI che hanno un fatturato compreso tra i 10 e i 100 milioni di euro e che vogliono rafforzare il loro patrimonio o aggregarsi ad altre per accrescere la quota di mercato.
Al fondo parteciperanno le tre grandi banche italiane - Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps – assieme alla CDP (Cassa Depositi e Prestiti) e ad altre banche che in seguito vorranno aderire all’iniziativa e dovrebbe essere operativo dal secondo semestre 2010. Avrà una dotazione di partenza di 1 miliardo con l' obiettivo di arrivare a 3 miliardi. Il finanziamento alle aziende avverrà principalmente attraverso ingressi diretti di minoranza nel capitale o attraverso strumenti subordinati, tipo “mezzanino”.
L’iniziativa, di per sé davvero apprezzabile comporterà, a mio giudizio ma anche di molti autorevoli osservatori, non pochi problemi applicativi, gli stessi che si riscontrano ogni qualvolta si tenta la ricapitalizzazione di una PMI. E questo anche a causa di un insieme di pratiche che da sempre penalizzano la capacità di sviluppo di questa fascia dimensionale d’imprese. La casistica è varia, si va dalla scarsa trasparenza dei conti, anche per l’assenza di organi di controllo, alla composizione del capitale che porta spesso a confondere ruoli, competenze e relazioni, passando per il mancato rispetto dei diritti dei soci di minoranza.
L’imprenditore, si sa, è per natura un ottimista e lo è tanto più nei momenti in cui la sua azienda si trova in crisi e la fiducia nel salvataggio conviene che sia sempre ai massimi livelli. Questo atteggiamento porta spesso alla genesi di piani che fondando i loro presupposti su assunzioni inattendibili, conducono a risultati poco credibili per l’investitore che, non essendo sprovveduto, rinuncia a partecipare al salvataggio o richiede garanzie difficilmente reperibili. La pratica professionale può offrire una casistica abbastanza ricca di insuccessi per queste ragioni.
Come uscire da questo corto circuito? Una delle prime regole da applicare nei processi di turnaround (l’inversione, il giro di boa) consiste proprio nel cambio del soggetto economico, (entità di governo dell’impresa) e vi è chi propone l’esclusione della ricapitalizzazione con il fondo salva imprese se il suo governo sarà lasciato in mano a chi non ha comprovate competenze manageriali o ha contribuito a metterla in crisi. Il coinvolgimento di managers dotati delle necessarie capacità e competenze sarebbe auspicabile in ogni turnaround ma, a maggior ragione, qualora venga attutato mediante ricorso a fondi pubblici.
Dalle righe de Il Sole 24 Ore Gianfilippo Cuneo ha affermato che “..forse l’impresa può essere salvata o rafforzata ma non è l’attuale managment quello adatto a farlo” e ancora “O si accetta l’inserimento di un managment competente, o è meglio declinare d’investire”.
Ma queste elementari e logiche azioni, che sembrerebbero comprensibili da chiunque, difficilmente vengono concretamente attuate. In situazioni di crisi, a causa ad esempio dei reiterati ritardi nei pagamenti, si possono creare complicazioni nei rapporti personali con importanti controparti che potrebbero essere agevolmente rimosse dalla sostituzione degli interlocutori.
Per quest’insieme di ragioni non è facile arrivare ad ottenere finanziamenti nelle aziende in crisi e, anche nel caso del neo costituito fondo, non potranno certo essere ignorate le considerazioni generali appena riportate.
Al fine d'evitare la dispersione di un consistente patrimonio imprenditoriale, a causa delle restrizione sul fronte del credito e del ricorso all’equity, sarà necessario l’impegno congiunto dei consulenti e degli imprenditori, ma anche degli ordini professionali, delle associazioni imprenditoriali, del legislatore che sensibilizzino l’avvio di un processo virtuoso che possa favorire l’affluire di capitali nelle PMI italiane.
Solo in questo modo sarà possibile rinforzarne la competitività sui mercati interni ma soprattutto esteri, che tanto apprezzano i prodotti e la creatività italiana ma che restano per le nostre PMI difficilmente accessibili.
Da ultimo, ma non per questo meno importante, sarebbe auspicabile estendere la possibilità di ricorrere al fondo da parte delle start up che hanno il grande vantaggio di non avere nulla da salvare ( un debito pregresso da sistemare), ma possiedono forti contenuti innovativi, sono costituite da giovani imprenditori propensi all’utilizzo di nuove tecnologie e muniti del necessario entusiasmo, di avere spesso necessità di capitali inferiori e di offrire prospettive in termini di sviluppo decisamente superiori. Per queste è previsto il ricorso al fondo di garanzia (662/96) ma solo per finanziamento e per un'importo compreso tra 10 e 50 mila: si potrebbero elevare le soglie a fronte di un rafforzato sistema di controllo e di tutoring.
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